Il Paese delle supercazzole

 

(dal web – di Procolo Mirabella)

L’ economia si è mangiata la politica, la finanza si è mangiata l’economia e gli Istituti di rating si sono mangiati la finanza. E’ la sintesi fulminante con la quale mi e’ capitato di sentire il sociologo Domenico De Masi descrivere, in una recente intervista televisiva, la difficile fase di stallo attraversata dalle nostre società di formale democrazia di mercato.

Sintesi efficace perchè coglie lo spaesamento e quella sensazione di espropriazione che da anni (decenni) siamo costretti a subire senza intravvedere convincenti vie d’uscita.

Sintomi diffusi di quel passaggio d’epoca definito da filosofi, economisti e politologi come post-modernità al cui giro di boa, pero’, non tutti i Paesi del Primo mondo arrivano con la stessa muscolatura. E il nostro, purtroppo, mostra di esserci arrivato con la corporatura più flaccida, i gruppi di comando più demotivati e inaffidabili, gli asset economici e produttivi più sguarniti, per sostenere serie battaglie. Se così non fosse, pur dovendo fronteggiare tale difficile e incerta congiuntura, potremmo farlo in condizioni di maggiore sicurezza. Ma ,purtroppo, cosi’ non è. Il risultato ,appunto, è questa sensazione di non tutela di deprimente inabilità, in presenza di un confronto politico dentro e tra i diversi competitor che appare improvvisato e poco serio, immiserito da manovrette e tatticismi d’accatto.

Del resto, se, da noi, la punta di diamante per rilanciare lo sviluppo è il reddito di cittadinanza, l’approccio all’epocale questione dei movimenti migratori si riduce allo squallore dei divieti di sbarco per poche decine di disperati, in letterale balia delle onde, e la linea ondivaga sulle grandi infrastrutture si traduce nel definire la Tav una Supercazzola e i termovalorizzatori come telefoni a gettoni d’altri tempi, siamo a cavallo. Ora, volendo non infierire, potremmo condividere la battuta di d’Alema che dalle colonne de ‘la Stampa’ di Torino invita Calenda a considerare che populismo e sovranismo sono solo la febbre , ma la vera malattia è il neoliberismo monetarista che ha svuotato i contenuti etico-poltici e sociali della costruzione europea negli ultimi 15 anni. Un doppio carpiato da consumato professionista della politica, col solito ‘piccolo’ vizietto, però, dell’omissione, che dimentica il ‘non fatto’ degli ultimi 15 (facciamo 30?) anni, di ‘quelli che c’erano prima’. Quel ritardo che, appunto, ci condanna ad esser, contemporaneamente, preda del combinato disposto tra il peggio del neoliberismo e il peggio del sovranismo. Chi è senza peccato, qui, scagli la prima pietra. Ma ,come di consueto, l’onestà intellettuale di una seria autocritica non sembra essere il nostro forte e , dunque, alla fine, se non si ha il coraggio di riflettere su chi, come, quando e perché sono stati commessi certi errori e perseguite con colpevole leggerezza, certe scelte, sia da parte della cosiddetta destra che della cosiddetta sinistra, sarà assai difficile riemerge, con un minimo discernimento, dall’hegeliana notte in cui tutte le vacche sono nere.

L’epoca che viviamo è anche figlia di quelle scelte. E fa rabbia che un Paese con la nostra storia e la nostra cultura politica sia costretto, oggi, ad annaspare tra le sue debolezze, in preda ad apprendisti stregoni, piuttosto che contribuire, da protagonista, a individuare strade nuove per uscire dalla ‘gabbia d’acciaio’ di un turbocapitalismo che in Europa e nel mondo, dopo aver fagocitato e sbeffeggiato destra, sinistra e relativi simulacri della democrazia, rischia ormai di ostacolare ogni prospettiva di reale progresso e sostenibile sviluppo.

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