La politica dell’immaginifico

Analisi di Procolo Mirabella che ci onoriamo di riportare.

Nottetempo il governo ha deciso sul destino di Carige, la Cassa di risparmio di Genova, in 8 minuti, pare. Cosa ha deciso? Il salvataggio, come quelli di prima: i tanto vituperati salvatori di banche. Si poteva fare altrimenti? Certo che no. Vicenda emblematica, dove, ancora una volta, due piani s’intersecano, nello ‘storytelling’ proposto al cittadino/spettatore, quello immaginifico e quello reale. Ecco la politica dell’immaginifico ciò che abbiamo oggi. Sul piano immaginifico ci ritroviamo una certa rappresentazione della politica, quella odierna, con la p minuscola, la stessa ‘p’ della propaganda, con tutti gli annessi e connessi: intellettuali acquiescenti, il circo barnum dei talk show annoianti, gettonati opinionisti onnipresenti. Su quello reale, quei pochi fatti e concetti che spiegherebbero molto più semplicemente le cose, se ci si limitasse a spiegarli in modo semplice a farli parlare, i poveri fatti.

Per esempio, che salvare le banche, semplicemente, si deve, non per proteggere i banchieri incapaci o corrotti, ma per salvaguardare i risparmiatori e, soprattutto, quel rapporto di affidabilità tra cittadino e sistema creditizio che rappresenta uno dei pilastri portanti della stessa tenuta democratica di un paese moderno . Certo, meglio sarebbe che gli Enti preposti alla Vigilanza sorvegliassero, perchè prevenire e meglio che curare e le cattive gestioni non possono essere abbonate a piè di lista, vuoi con risorse esterne alle banche, il cosiddetto bail out, scaricato, poi, sul bilancio dello stato, cioè su tutti noi.

Vuoi con un salvataggio basato su risorse interne alla banca (bail in ) che, peggio ancora rischia di penalizzare, piu’ direttamente, i sudati risparmi di obbligazionisti e correntisti. Tutto il resto: connivenze, favoritismi parentali, intrecci illegittimi tra circuiti politici e finanziari vanno intercettati e sanzionati. Ma questa, è un’altra storia e non può essere, di volta in volta, strumentalizzata dalle opposte tifoserie partitiche. A seconda se siedano tra i banchi del governo o dell’ opposizione, depistando, confondendo, banalizzando.

Ma il caso Carige è solo l’ultimo clamoroso esempio di questo ‘modus essendi’ della narrazione politico-massmediologica. Basta girarsi attorno, per rintracciarne tanti altri: dal lavoro, alle politiche di sostegno al reddito, all’acceso confronto che sempre accompagna grandi opere infrastrutturali, con le relative problematiche d’impatto ambientale: Trafori, Trivelle, Tap, Ilva.

E il Lavoro?

Prima venne il job act, indicato un po’ troppo enfaticamente come creatore di lavoro. Più precisamente, in effetti, un provvedimento teso a regolamentare e garantire meglio, per quanto possibile, un certo percorso di inserimento al lavoro. In larga parte ancora assai precario. Adesso, modificato (ma solo parzialmente e secondo molti, in peggio) il Job act, ecco avanzarsi il Reddito di cittadinanza, con tanto di Navigator. Il tutto, ovviamente, da verificare. Funzionerà, non funzionerà? Si vedrà. E il lavoro, quello vero? Vabbè, si vedrà, non facciamo troppo i precisini, mo’. Resta ,perciò, il punto. Che minimo di nesso c’è, o ci dovrebbe essere, tra i momenti e i luoghi della decisione politica e la realtà? Basta dire “l’ho detto” , per ritenere di averlo anche fatto?

Sembriamo condannati a scivolare su una sorta di piano inclinato, sempre piu’ giù, senza freni. Di bufala in bufala, tra opposte tifoserie politiche e claques televisive, pronte a sostenere l’insostenibile pur di raccontarsela e raccontarcela come gli fa comodo.
E, così, qualcuno, un giorno, ci comunica che “siamo ,ormai usciti dalla crisi e abbiamo agganciato la ripresa ” (che poi di nuovo, puntualmente, ci sfugge, con un Pil appeso ai decimali) Qualcun altro, il giorno dopo, annuncia di aver “abolito la povertà” . Salvo poi scoprire che il riequilibrio –si fa per dire- delle pensioni minime, oltre che al taglio delle cosiddette pensioni d’oro, pesa sul al blocco della contingenza per quelle da …1700 euro in su. Cioe’, sopra assegni di quiescenza che reggono, spesso, la sussistenza di intere famiglie, coniuge e figli trentenni disoccupati. (quegli stessi che, magari, aspirano al reddito di cittadinanza).

Pseudo Giustizialismo sociale

Misure ,insomma, di pseudo giustizialismo sociale, contrabbandate come ‘cambiamento. Finanziate, quando i conti e le promesse elettorali non tornano, non da qualche conto nascosto alle Cayman, non tassando, magari, i capitali improduttivi, ma con una sorta di prelievo forzoso sui soliti redditi in chiaro (pensioni, stipendi, salari, partite iva) che stanno là in mezzo (l’area del ceto medio) e, come al solito, non si possono difendere. Una ‘rivoluzione’ a buon mercato, da apprendisti stregoni, banalmente e brutalmente redistributiva e senza credibili e innovative strategie di effettivo sviluppo. La quale rischia di innescare conflitti sociali e potenziali guerre tra poveri, condannando tutti a diventare piu’ poveri, in un cupo orizzonte da socialismo reale.
Insomma, quando, cinicamente, si esagera, sapendo di esagerare, senza piu’ avvertire il senso del limite ( o del ridicolo) anzi, confidando in una sorta di immunità’ della corbelleria, come se n’esce?


Vi confesso che, Intanto, di fronte a siffatti scenari di sfarinamento della logica, più ancora che dell’etica, mi ritorna in mente, chissà perché, quel folgorante scambio di battute attribuito, in tema di periodico decadimento degli italici costumi, a un colloquio tra Mussolini e Giolitti. “Anche i suoi mangiavano”, avrebbe detto il Duce; e l’altro, di rimando : “ma almeno sapevano come stare a tavola”. E ci si potrebbe, allora, chiedere a quali anni bisogna risalire per rintracciare qualcuno che, almeno, a tavola ci sapeva, ancora, stare, con un minimo di stile. Ma questo, davvero, ci porterebbe troppo lontano.

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