Non Una di Meno. 8 e 9 Marzo è mobilitazione!

Daphne Scoccia l'attrice italiana
Nella foto di Elena Tenga: l’attrice italiana Daphne Scoccia in un momento di impegno sociale

L’otto Marzo è la festa della donna, tutti ricordiamo le origini tragiche di questa “festa”. Negli ultimi anni (quattro in particolare), fortunatamente si sta riacquistando il vero significato di questa giornata. Da quattro anni il movimento transfemminista mondiale ed il suo snodo italiano Non Una di Meno ne ha fatto il suo momento di “conflitto”.

Non Una di Meno: «Un giorno non ci basta ce ne prendiamo due: l’8 marzo lotto, il 9 sciopero»

Così il movimento Non Una di Meno presenta le due giornate di mobilitazioni. Domenica sono previste azioni e piazze tematiche dislocate nel Paese, con un focus sui temi del consumo e del lavoro riproduttivo. Il 9, lunedì, lo sciopero generale, con modalità differenti che permettano di partecipare anche a chi non ha un lavoro garantito. La mattina saranno protagoniste le lotte nel mondo della sanità e dell’istruzione, mentre nel pomeriggio sono previsti cortei in tutte le maggiori città.

Le donne sono retribuite in media il 23% in meno rispetto ai colleghi uomini. Più di 1.400.000 donne ha subito molestie sul luogo di lavoro. Molestie e discriminazioni che, una volta di più, quando riguardano le soggettività Lgbt*qia vengono taciute e nascoste, rese invisibili. I percorsi di fuoriuscita dalla violenza non prevedono alcuna forma di sussidio, i finanziamenti pubblici per i centri antiviolenza sono pari a 0,76 centesimi per ogni donna che vi si rivolge. Il tasso di medici obiettori di coscienza è pari al 70% medio nazionale mentre sono più di un milione le donne che dal 2003 a oggi denunciano di aver subito pratiche mediche violente o degradanti in sala parto.

Dove non riesce l’uomo ci prova il Coronavirus

Non Una di Meno. Lotto Marzo

Dinanzi a tale movimento, a tali sacrosante ragioni, la censura dell’uomo non ha potuto nulla, o quasi. Venerdì 28 febbraio, a causa dell’emergenza sanitaria legata alla diffusione del Coronavirus, la Commissione di garanzia ha vietato lo sciopero generale del 9 marzo convocato dai sindacati di base su indicazione di Non Una di Meno. Un divieto formale, che si aggiunge alle pesantissime conseguenze materiali che le ordinanze regionali hanno sulle vite di quelle donne e lavoratrici che il 9 marzo avrebbero scioperato (anzi sciopereranno).

Ora, pur rispettando l’emergenza sanitaria, pur considerando i rischi ci pare veramente paradossale ed offensivo questo tentativo di restrizione. Offensivo e paradossale per una Nazione che da giorni si interroga, fa polemica, trasmissioni televisive e quanto altro per discutere di partite di calcio da giocare a porte aperte, chiuse o rimandare. Amiamo il calcio ma, soprattutto, amiamo noi stessi e la donna. Per questo ancora di più vogliamo poter manifestare questa condizione della donna che nel 2020 sembra assurda e ci riporta con i piedi per terra, facendoci riflettere su quanto siamo ancora indietro.

Le case della donna

La condizione della donna si intreccia, si manifesta ancora di più con altre vicende paradossali, come quella delle case della donna. A Roma in particolare ma anche in altri luoghi le case delle donne rischiano la chiusura. Rischiano di sparire quando, invece, dovrebbero essere incentivate e fatte fiorire. Lucha y Siesta e la Casa Internazionale delle donne sono laboratori culturali e politici riconosciuti. Puntano sui sogni liberi ed autonomi delle donne che li attraversano. “Noi siamo il sogno vivo, libero ed autonomo” dichiara il movimento. La sfida è che le Case delle donne devono restare aperte. Moltiplicarsi in ogni territorio rivendicando progetti di sviluppo nati sui desideri delle donne che lì vivono.
Perché si deve riconoscere la loro autonomia e il valore sociale, politico ed educativo che riversano intorno. Sulle scuole, nelle associazioni e per le strade di tutti i quartieri. Sono un valore sociale, politico ed educativo.

Lo sciopero femminista e transfemminista deve vederci tutti impegnati e mobilitati. E’ un atto politico di rifiuto della violenza al quale non possiamo sottrarci.