Precaria e mamma, non c’è bonus che tenga!

Ansia, depressione, insonnia, frustrazione, gastrite, sensazione di paura costante. Una vera e propria sindrome che, potremmo, definire da lavoro precario. Quando sei donna e magari mamma questo ti sconvolge ancora di più. Le donne, infatti, sono troppo spesso,  costrette a scegliere tra il lavoro (neanche di qualità) e il diventare mamma. Quando ad una certa età poi scatta l’orologio biologico il tutto diventa molto più complicato. Alla condizione, alla sindrome di precariato sul lavoro si aggiunge anche quella di precariato nella vita. La nostra società, oggi, nonostante gli sforzi apparenti non è in grado, infatti, di coniugare una cosa naturale come il divenire mamma e la realizzazione professionale, sociale, di una donna. La parità di genere, le pari opportunità tra uomo e donna restano, cosi, lettera morta, buoni propositi che, però, nella realtà non trovano riscontro. Dipende dalla mentalità che, per quanti sforzi si facciano, resta retrograda, molto dipende da leggi che non ci sono che permettono a questa mentalità di prendere il sopravvento. Nel nostro paese il 34,7% delle donne partorisce dopo i 35 anni. La percentuale di donne ancora occupate dopo la prima maternità è del 59%, una percentuale di gran lunga inferiore rispetto a quella delle colleghe europee. Le tedesche, per esempio, sono il 74%, mentre le svedesi continuano a lavorare nel 81% dei casi e le spagnole si attestano al 63%. Nella nostra società, infatti, gli ultimi sforzi fatti dalla politica in questo senso si limitano a bonus e premi da conferire alle neo mamme. Per carità, per quanto siano un incentivo alla nascita ed un aiuto concreto alle prime difficoltà non risolvono il reinserimento nel mondo del lavoro, il mantenimento del proprio posto di lavoro. Figuriamoci poi per chi cerca occupazione. Il premio alla nascita, noto anche come bonus nascita o bonus mamma domani, è un premio, dell’importo di 800 euro, completamente esentasse spettante alle neo mamme per la nascita del bambino. È corrisposto alle future madri a partire dal compimento del 7° mese di gravidanza. Oltre al premio nascita per la mamma in attesa c’è poi l’assegno di natalità, anche detto “Bonus bebè“: questo è un assegno mensile destinato alle famiglie con un figlio nato, adottato o in affido preadottivo tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017 e con un modello Isee non superiore a 25.000 euro. L’assegno annuale viene corrisposto ogni mese fino al 3° anno di vita del bambino. Ci sono poi bonus nido di 1000 euro e voucher per baby sitter. Certamente il tutto è un aiuto concreto alla famiglia ed alla neo mamma, finiti i soldi però? E, soprattutto, finita la gravidanza ed i primi mesi in cui la mamma deve assestarsi ed organizzarsi, cosa è previsto per il reinserimento sul posto di lavoro o di un nuovo lavoro? Il part time da questo punto aiuterebbe di certo la neo mamma. E’ giusto ricordare che, rispetto all’uomo, per una mamma sarà comunque un doppio lavoro. Troppo spesso, vengono dimenticati o ignorati per convenienza o mentalità il lavoro di casalinga e mamma rispetto a quello retribuito. In giro, però, purtroppo, si sentono raccontare sempre storie di donne, di mamme che sono state costrette a lasciare il lavoro a non riprenderlo, perché questo non conciliava, non veniva incontro al loro essere diventate mamma. Sarebbe bello ricordare in una società moderna, civile, avanzata che la mamma non è solo colei che da alla luce il bambino, l’essere mamma, non finisce con la nascita del bimbo o con l’allattamento. La mamma è colei che dovrà accudire, educare, far crescere significa portare il bambino a scuola, seguirlo, incoraggiarlo in altre attività para o post scolastiche, giocarci ascoltarlo e farsi sentire. Una mamma, insomma, dopo aver dato alla luce il proprio bambino deve fare la mamma. Sarei curioso di capire come i governanti, al di la degli schieramenti, in questi decenni, questi ultimi anni hanno pensato sia possibile tutto questo senza che una donna lasci il proprio posto di lavoro o non sia e si senta umiliata in esso. Bonus bebè, reddito di cittadinanza, assegno di disoccupazione ecc. ecc. tutti ammortizzatori sociali. Possibile che nessuno mai abbia pensato di ridurre gli orari di lavoro di una mamma? Ma l’ipotizzare di dividere un posto di lavoro in due? Venire incontro ai datori di lavoro magari con agevolazioni fiscali o contributi. Permettere alla donna, insomma, di affermarsi ed essere tale fino in fondo. Senza per forza sentirsi obbligata a scegliere. Diventare mamma o affermarsi anche lei professionalmente? Questo è il dilemma? Eh no direi questa è l’inciviltà. Dopo, magari, aver studiato per anni ed essersi sacrificata per affermarsi professionalmente.

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